“Clericalizar la iglesia es hipocresía farisaica”: francesco da ezio mauro


Procedo con alcuni spunti:

1.Mi si permetta di aprire in prima persona: sono dieci anni (ora ne ho 34, di anni) che cerco di definire sul piano filosofico la distinzione 14-03FOTOtra clericalismo e cristianesimo, tra atteggiamento anti-clericale e atteggiamento anti-ecclesiastico. La frase in spagnolo su riportata non è, come in tanti potrebbero disgraziatamente pensare, una dichiarazione di un radicale dell’Ottocento o del Novecento. E’ invece una dichiarazione del cardinale Bergoglio (2012), oggi nuovo pontefice Francesco, che vedete qui in foto in metro. Cosa significa? In pochissime parole: lotta contro l’idolatria (una lotta presente nella Bibbia dall’inizio alla fine).

2.Oggi Ezio Mauro scrive: “Bergoglio infatti nelle sue prime parole non si è mai definito Papa (cioè sovrano e Vicario di Cristo) ma vescovo, quindi pastore, e ha annunciato che il vescovo di Roma e il suo popolo cammineranno insieme” (vds. Id., Rivoluzione a San Pietro, in “La Repubblica”, 14 marzo 2013, p. 55). Credo che il direttore di “Repubblica” abbia colto uno dei segni fondamentali di quei pochi minuti nei quali il nuovo pontefice ha offerto una prima manifestazione di sè e delle sue posizioni. In questo, Ezio Mauro ha mostrato una rara capacità di leggere le cose della Chiesa con il registro dello spirito, della profezia, della dimensione verticale, e non con il solo sguardo della storia immanente. Dote rara, rarissima, anche purtroppo fra cristiani.

3.Da collegare a questo anche il fatto che Francesco ha chiamato se stesso e il predecessore Benedetto con il titolo di vescovo, ha pregato invece si salutare solamente, si è addirittura inchinato al popolo e ha fatto intendere (anche con uno scambio di gesti fra mani e braccia) una cooperazione tra vescovo, cioè pastore, e popolo. Cosa c’è in ballo? La relazione tra collegio dei vescovi e primato del papa, tanto per cominciare. Il popolo e i vescovi camminano insieme, così Francesco si presenta innanzitutto come vescovo di Roma. Cosa significa? Che è un vescovo fra vescovi. Certo, Roma ha il primato – come lui stesso ha detto -, ma egli è vescovo fra vescovi: una lezione, questa, che giunge dritta come una freccia dalla rinuncia (fatto enorme) di Benedetto XVI. I due uomini sono legati innanzitutto da questo.

4.Primato della carità. Francesco ha richiamato la carità. Non si legge in questo il Vangelo della Carità del quale parlava spesso il cardinale Carlo Maria Martini? E cos’è questo Vangelo della carità? Guardare alla dignità di ogni uomo in quanto persona, senza discriminazioni, senza distinzioni, volgendo la sua attenzione a ogni persona umana per il solo fatto che è umana. È questo il Vangelo della Carità che chiede a ognuno uno sforzo di umanità continua, uno sforzo di empatia per entrare nel cuore dell’altro e capirne così le afflizioni e le speranze, anche lì dove appaiono sommerse, coperte dall’ombra, nascoste dalla durezza o dall’aridità. Se il tuo dolore è il mio dolore, la pace si può raggiungere (anche se ce la mettiamo tutta a far sembrare questa dichiarazione una ingenua e anche assurda utopia). Prestino attenzione a questo sia i cattolici che gli altri cristiani, sia le persone di altre confessioni, sia coloro che non professano una fede religiosa. Soprattutto, prestino attenzione a questo coloro i quali sono indifferenti rispetto a tali questioni, siano essi religiosi o non religiosi.

5.Ultimo punto: il nome. Francesco d’Assisi, ma anche Francesco Saverio e Francesco Borgia. Badate. Questo è interessante.

6.Ultimissimo punto, che però è verosimilmente il primo: lo sguardo ora viene dal Sud del mondo. Se si guarda ai “tre Francesco” (e oltre), un lungo arco corre dall’estremo e medio Oriente al Nuovo mondo. S’avanza dunque un nuovo umanesimo? Certamente.

Vittorio V. Alberti

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