Domande e risposte sulla (nuova) laicità


Cosa significa “laico”?

Per rispondere a questa domanda occorre andare alla radice medievale dell’idea di laicità, o meglio, alla definizione giuridica del laico per poi comprenderne il carattere che via via ha assunto di progressiva complessità e anche ambiguità, se così si può dire. Sarà utile ricordarlo soprattutto per definire l’orizzonte verso il quale penso si debba andare nel tempo attuale.

Tale orizzonte – o scopo – consiste nel superare la distinzione tra laico e cattolico così come in genere è concepita, perché sono sicuro che essa non abbia, oggi in particolare, senso filosofico e spirituale. Semmai ne ha di storico e, per così dire, di utilità e comprensione politica. Ma credo che occorra riandare alla filosofia perché anche la politica – l’azione e cultura politica – riconosca i cosiddetti segni dei tempi. Sono i tempi, infatti, a spingerci tutti ad andare a una nuova idea di laicità.

Ma partiamo appunto dal principio.

laicitàIl laico si definisce, all’origine, come colui che non appartiene all’ordine ecclesiastico. La laicità, all’origine, è dunque una condizione giuridica. Definisce una situazione di status giuridico.

Poi, con il tempo, le diverse correnti del cristianesimo, la dialettica tra Stati e Chiesa, le Riforme protestante e cattolica, fino alle rivoluzioni borghesi contro le corone e oltre, fino ai totalitarismi, hanno reso il termine e il concetto notevolmente più complicato, e anche ambiguo.

Sono convinto che la parabola della laicità porti con sé tante incomprensioni proprio a causa di tale ambiguità. Ma dov’è l’ambiguità del laico? Per esempio, nel contesto ecclesiale, il laico è ancora oggi colui che non appartiene all’ordine del clero, ma a un tempo, nel contesto sociale e, insieme, ecclesiale è – sul piano non più giuridico ma filosofico, o diffusamente culturale – colui che si pone, per così dire, “di fronte a”. In altre parole, il laico è colui che, da religioso o non religioso che sia, dentro o fuori dalla Chiesa, si muove da filosofo. Si muove, cioè, senza porre precondizioni e, dunque, pregiudizi. Si muove, insomma, ponendo al centro il metodo della “ricerca”.

Cosa lega “ricerca” e “laicità”?

Lo stesso principio che definisce il libero pensiero. Se io mi muovo secondo “ricerca”, non pongo precondizioni per così dire statiche, fisse nella loro definitiva chiarezza. Questo cosa significa? Che il mio pensiero, se è appunto informato alla ricerca, è sempre aperto, sempre in movimento. Si muove, certo, non in disordine o in modo sciatto, anzi deve procedere con un necessario rigore perche io stesso non mi perda (la libertà è nelle regole o non è libertà, ma licenza) ma questo rigore non va confuso con la stasi, con il dogmatismo o con l’ideologismo, sia esso religioso o non religioso.

In questo contesto, io penso che il libero pensiero appartenga sia al campo religioso che al campo non religioso. E questa idea, insieme ad altre, mi spinge a ritenere che oggi occorra una nuova forma mentis sulla laicità. Occorre, insomma, superare definitivamente l’idea secondo la quale la spiritualità cristiana è superstizione, e la logica razionalistica è positivismo, solo immanenza, incompiutezza. Occorre insomma – e oggi si può – lasciarsi alle spalle il radicalismo laico da una parte, e il clericalismo o confessionalismo dall’altra, così come lo scientismo e il fideismo.

Perché una “nuova” laicità?

Perché il mondo è veramente cambiato, e noi Europei siamo rimasti sotto una cappa di pregiudizi che altro non sono che cascami della storia. Specialmente in Europa, ripeto, in particolare in Paesi nei quali il confronto duro tra Chiesa istituzionale, “liberalismo” e poi democrazia è stato più drammatico che altrove: mi riferisco in primo luogo all’Italia, alla Francia, alla Spagna.

Ma restando all’Italia, devo dire che siamo ancora fermi a categorie ottocentesche sulla laicità e il laicismo. Siamo bloccati, direi invischiati in categorie che ancora contrappongono – anche a livello largo di mentalità diffusa – il laico e il religioso, che poi – andando all’origine – significa contrapporre il credente e il non credente, e andando ancora più in profondità, significa contrapporre la fede e la ragione, come fossero campi monolitici, statici, posti l’uno, o affrontato o di  fianco all’altro. Inoltre  – cosa ancora più insidiosa – tale contrapposizione tra queste categorie che ho appena richiamato è ancora più forte quando si cercano di mettere in “dialogo”, in confronto, perché lì, in qualche modo, l’intento costruttivo non fa che cristallizzare, anche in buona fede, una distinzione netta, che netta non è.

Nel Cortile dei Gentili o come anche nella Cattedra dei non credenti del cardinale Martini, si era e si è ancora costretti, per farsi capire, a parlare di credenti da un lato e di non credenti dall’altro, ma – come dicevano Martini e Bobbio – il vedo nodo è sul pensare. Da una parte va chi pensa e dall’altra chi non pensa, semmai.

Perché siamo fermi? Quali sono questi pregiudizi che provocano la stasi sull’idea di laicità, che invece andrebbe rinnovata?

Il più delle volte, il nostro modo di pensare non tiene il passo con l’attualità, con le pratiche di vita attuali. In altre parole, spesso ragioniamo in modo vecchio su questioni che richiedono, invece, categorie nuove.

Non c’è, per dirla in breve, da un lato una squadra compatta e uniforme di credenti e dall’altro una squadra compatta e uniforme di non credenti. La battaglia, o meglio la ricerca e la dialettica, avvengono o devono avvenire nell’animo di un singolo essere umano. Le due categorie convivono, insomma, l’una di fianco all’altra nel singolo essere umano.

La risposta è superare i pregiudizi oppositivi che provengono dalla storia, in particolare dalla storia delle chiese e dalla storia politica degli ultimi tre secoli. Mi riferisco in primo luogo all’Europa, perché negli Stati Uniti – Tocqueville docet – c’è un’idea di laicità molto innovativa e utile per il tempo attuale, specie nella sua connotazione per così dire democratica, e certo non neoconservative (quest’ultima ha, infatti, generato una sequela infinita di guai).

Quali sono questi pregiudizi, che definisco oppositivi? Ne riferisco due in particolare:

  1. l’idea di una Chiesa istituzionale negatrice della libertà, repressiva, inquisitoria, “reazionaria”. Si tratta di un’idea, questa, che risale al legame tra Chiesa o chiese e monarchie assolute. Sicché, l’opposizione alla chiesa è la stessa che, a suo tempo, si è mossa contro le monarchie. Tale situazione ha avuto una verità nel suo tempo. E anche la Chiesa istituzionale ha fatto spesso di tutto per avvalorarla, ma ora tutto è cambiato.
  2. l’idea secondo la quale tutto ciò che è “laico” è, per così dire, lontano o lesivo di un’idea di Verità con la V maiuscola, chiara, statica e distinta, e dunque è ereticale, è modernista.

Ma come si possono superare?

Per superare questi pregiudizi occorre agire sul piano filosofico e, insieme, delle mentalità. Le arti possono fare tanto.

Io leggo così ciò che, nell’ambito della Chiesa, sta facendo faticosamente Francesco, che però non deve restare solo nella sua opera. Non vedo altrettanta vivacità evolutiva, però, nel campo del pensiero non cristiano o anche nel laicato cattolico, dormiente da almeno vent’anni, e anche un po’ invigliacchito nel suo settarismo.

Vorrei, giusto a questo proposito, citare uno dei grandi maestri della cultura contemporanea: Fernand Braudel, che scrisse (si badi bene, già nel 1963): «Il cristianesimo occidentale è stato ed è tuttora la componente principale del pensiero europeo, anche del pensiero razionalista sorto per combatterlo, ma che pure dal cristianesimo prende le mosse».

Ma, restando al punto senza addentrarsi in territori che porterebbero troppo al di là, vorrei dire questo: per superare questi pregiudizi basta riscoprire idee già presenti nella nostra storia profonda: dall’Antigone di Sofocle e dal Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio, per poi procedere – attraverso il Medioevo di Dante, l’età moderna e contemporanea con Umanesimo e Rinascimento, fino al dialogo Habermas-Ratzinger del 2004 e alla spiritualità ignaziana della quale è oggi interprete Bergoglio.

Insomma, lungo tutta la nostra cristiana c’è sempre stata una vena “libertaria”, che – nell’ambito della Chiesa cattolica – è culminata, io credo, nella Gaudium et spes e soprattutto la Dignitatis humanae, vero e proprio contraltare della Quanta cura e del Sillabo.

Io leggo così il giubileo straordinario:  come una formidabile spinta all’esaltazione dell’umanesimo della libertà.

Per capire come comportarsi da laico oggi occorre superare l’idea tradizionale di laicità?

Io dico che sul piano innanzitutto conoscitivo occorre mettere sullo stesso piano le “ragioni razionali” e le “ragioni della fede”. Devo ancora incontrare una persona, poi, che sappia ragionare solo con la testa o che, da uomo di fede, possa realmente prescindere dalla ragione. Su questo, Benedetto XVI è stato purtroppo male interpretato, se non addirittura strumentalizzato. La sua rinuncia è figlia anche di questo.

Dice Jacques Maritain: «vi sono uomini i quali, in nome della verità religiosa, vorrebbero erigere a principio l’idea dell’intolleranza civile. […] sull’opposto versante, vi sono uomini che vorrebbero, in nome della tolleranza civile, far vivere la Chiesa e il corpo politico in un isolamento totale e assoluto». Cos’è questo se non un accusare lo scontro tra opposti integrismi del quale siamo ancora vittime quando affrontiamo il tema della laicità? Sono proprio questi integrismi a sostenere i pregiudizi che ancora ci tengono in catene. Ed ecco perché occorre andare a una nuova idea di laicità. Ma per fare questo oggi è necessario ricostruire i tratti di un nuovo umanesimo. Una concezione della storia che rimetta al centro le ragioni dell’essere umano, e non la tecnica che di tali ragioni se ne infischia, perché prescinde per definizione da esse.

Il cuore della questione riguarda il mondo attuale, così come si è configurato negli ultimi decenni, da quando cioè è crollato il vecchio ordine mondiale, franando sotto il muro di Berlino.

Oggi siamo in un’epoca nella quale le culture, le etnie, le religioni sono immensamente più vicine tra loro rispetto a prima. La società multietnica, o meglio intra-etnica, intra-culturale, intra-religiosa costituisce il primo fattore a rendere urgente la definizione di una nuova idea di laicità che, appunto, superi quei pregiudizi oppositivi.

Come la mettiamo con fede e ateismo?

Ricordo il mio professore di Filosofia teoretica alla Sapienza, il filosofo Gennaro Sasso – non proprio un amico della Chiesa – che disse che l’ateismo, cioè considerarsi privi di Dio, è dal punto di vista filosofico immettersi nella dimensione religiosa. L’accoglienza o negazione del dio attraversa la vita, tra altari e polveri. Così, penso che occorra una nuova conoscenza che guardi agli argomenti razionali e a quelli della fede alla pari, poiché è la vita (o meglio, l’esistenza) a non porre sbarramenti. Ecco perché la divisione credente/non credente è, per il pensante, da superare. Ed ecco il libero pensiero di ragione e fede che, in sé stesse, sono impegnate in una libera (e infinita) ricerca. Solo così si può contrastare l’idea scellerata dello scontro di civiltà e costruire un’integrazione che esalti libertà e giustizia.

É giunta l’ora di ragionare sul fatto che la politica è cambiata, e con essa anche il ruolo delle religioni. E, mutando l’idea di politica e il ruolo della religione, con esse non può che mutare anche il loro rapporto, quindi tutte le direttrici concettuali racchiuse nella categoria di laicità.

 

di Vittorio V. Alberti 
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