Il Giudizio I. Definitivo o rieducativo?


Se c’è qualcosa che un adolescente teme massimamente, nonostante lo riconosca raramente, questo è il giudizio altrui. Spesso perché esso, proveniente dagli adulti o dai propri pari, è percepito a torto o a ragione come tagliente, definitivo. D’altra parte – e forse proprio in conseguenza di quanto appena detto – giudicare gli altri, guardare la pagliuzza nell’occhio altrui piuttosto che la trave nel proprio (Mt 7,3-5), è il ‘passatempo’ preferito di molti adolescenti.

Il Giudizio IQuesto ‘gioco’, però, rischia a volte di finire male per la violenza, la violazione dell’altro, che ogni giudizio definitivo può portare con sé: – stavamo a gioca’ professo’… – rispondono spesso gli studenti (di solito maschi) quando viene chiesto loro conto dell’uso di epiteti terribili (quali ‘negro’, ‘frocio’, ‘ebreo’, ‘mongoloide’, etc.) che purtroppo continuano ad affiorare sulle labbra dei nostri adolescenti qualsiasi scuola frequentino…

Mi sembra, dunque, ancora importante ragionare con loro sulla funzione rieducativa che invece il giudizio può assumere. Il giudizio inteso dalla civiltà romana come giuris-prudenza, come qualcosa di intimamente legato alla virtù cardinale della prudentia. Il giudizio visto dalla cultura greca come krisis, come qualcosa di intimamente connesso alla capacità di discernere (krino), di stare sul crinale per scrutare in ogni momento i due lati che ciascun problema sempre presenta. E non vi è miglior tema per procedere in tal senso nelle classi di quello, tuttora molto affascinante agli occhi dei ragazzi, della sanzione penale, della punizione.

Certo, si tratta di descrivere due tesi che restano in fondo indecidibili, nel senso che storicamente sono state e sono il frutto di una scelta valoriale (con i suoi pro e contro fattuali) e quindi poste sempre tra i principi fondamentali di ciascun modello di società che si è tentato e si tenta di costruire.

Da un lato, abbiamo la pena alternativa o rieducativa, sancita dall’articolo 273 della nostra Costituzione ed equiparata nell’immaginario religioso degli studenti al Purgatorio; a proposito della quale spesso si manifesta dello stupore sul volto dei ragazzi quando, a partire dai classici Qualcuno volò sul nido del cuculo e Le ali della libertà sino al recente Les choristes, essi scoprono l’emergenza storica ed il senso profondo di misure come l’affidamento ai servizi sociali, le varie forme di libertà condizionata, la possibilità di studiare in carcere e di ricevere visite giornaliere (Mt 25,36.43), nonché l’assistenza psicologica e religiosa – come testimoniano le commoventi storie di angeli delle carceri quali suor Teresilla e padre Adolfo Bachelet.

Dall’altro lato, abbiamo la pena capitale o definitiva, attualmente vietata nel nostro ordinamento sia nella forma tipica della pena di morte sia nelle forme analoghe dell’ergastolo a vita o della castrazione chimica (in relazione ai reati di violenza sessuale e di pedofilia), ed equiparata nell’immaginario religioso degli studenti all’Inferno. Anche qui è interessante osservare la reazione meravigliata dei ragazzi quando si mostra loro l’evoluzione di tale pena, nel senso di una sua progressiva ‘civilizzazione’ – come afferma lo stesso Cesare Beccaria nel paragrafo conclusivo (XLVII) del suo ‘Dei delitti e delle pene’ – dalla faida alla legge del taglione, passando per la lapidazione e la decapitazione, la ruota e l’impiccagione, il rogo e la ghigliottina, giungendo alla fucilazione e alla sedia elettrica, sino alle attuali iniezioni letali.

Questi due mezzi o strumenti che limitano una libertà di cui si è abusato hanno entrambi uno scopo, un fine – insieme ad uno specifico presupposto e ad una ben determinata convinzione – che è fondamentale analizzare con precisione per cogliere il senso profondo di ciascuna delle due scelte valoriali in questione [to be continued] …

sergioventura@cortiledeigentili.com

 

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