Interviste sul tema: Prospettive sull’Università. Tra passato, presente e futuro (7)


Intervista ad Andrea Toniolo – La teologia nell’universo del sapere. Uno sguardo all’Italia

349x-251-tonioloAndrea Toniolo, presbitero e teologo, insegna teologia fondamentale presso la Facoltà Teologica del Triveneto di cui è stato anche Preside dal 2008 al 2012 quando viene nominato responsabile del Servizio Nazionale per gli Studi Superiori di Teologia e di Scienze Religiose della Conferenza Episcopale Italiana (CEI). I suoi ambiti di ricerca sono quelli del confronto tra Cristianesimo e pensiero moderno e postmoderno, del dialogo interreligioso, del rapporto tra teologia e scienze umane.

Professor Toniolo, parliamo di teologia e della sua collocazione nel contesto scientifico. Non mi lancio in domande di natura epistemologica, ma cerco di capire qual è lo stato di salute della ricerca e dell’insegnamento teologico italiano. Da diversi anni, si è cercato di innovare e consolidare lo studio della teologia. La percezione che resta è comunque limitata, dato che molti la considerano solo una disciplina per religiosi e sacerdoti diocesani. Quali furono le principali intuizioni della riforma degli studi e come si è cercato di arrivare ad un legame con il mondo del lavoro?

Questa era una delle proposte che erano state avanzate prima della riforma del 2005. Nello specifico, una delle prime proposte era quella di creare un unico percorso teologico comprendente anche un indirizzo pedagogico-didattico che preparasse i futuri insegnanti di religione. Un po’ come accade in Germania o in Austria. Si è voluto separare i due percorsi, creando un’istituzione parallela: l’Istituto di scienze religiose. Questo ha permesso alla teologia “classica” di confrontarsi maggiormente con il mondo professionale. Infatti, si è compreso che la teologia non deve solo preparare il clero oppure gli insegnati laici di religione – obiettivi che comunque restano sempre attuali –, ma deve anche preparare la presenza di cristiana nel mondo civile. Per raggiungere tale scopo, la teologia deve poter contare su un percorso formativo vario e interdisciplinare. Ad esempio, in Germania, uno studente di matematica può completare il proprio studio universitario con la teologia.

In Italia si sta cercando di garantire una certa apertura della teologia, per esempio facendo riferimento a percorsi formativi interdisciplinari per i teologi, garantendo uno scambio tra le diverse facoltà e il mondo universitario laico…

Si è cercato di aprire gli orizzonti. Per questo esistono degli accordi, anche se non molto valorizzati, con le università statali grazie ai quali gli studenti che lo desiderano possono seguire alcuni corsi di teologia. Gli Istituti superiori di scienze religiose, legati alle facoltà teologiche, sono pensati secondo il modello del tre più due e in vista di determinate professioni. In tale prospettiva, si era pensato di attivare lauree magistrale di bioetica, di beni culturali, di mediazione interculturale e sociale, possano preparare persone laiche per lavorare in ambiti culturali laici. Tuttavia, esistono degli ostacoli al raggiungimento di questo obiettivo. Il problema italiano è che non è stato ancora ottenuto il riconoscimento statale per i titoli conseguiti nel settore delle scienze religiose. Certo, lo Stato italiano riconosce, in base al concordato ratificato nel 1929 e poi nel 1984, il titolo di licenza e di dottorato in teologia e in scienze bibliche. Ma non riconosce titoli di bachelormaster in scienze religiose.

 In Italia, la teologia non solo gode di poca stima, addirittura è cresciuta l’ostilità nei suoi confronti. Passiamo a riflettere storicamente sulla radice di questa ostilità. Come si è giunti alla frattura del legame tra teologia e mondo accademico italiano? 

Purtroppo, si è giunti alla separazione tra mondo della teologia e mondo universitario sia attraverso dei percorsi storici che per motivi e responsabilità laiche e ecclesiali. Risale al 1873 il decreto con cui si sopprimevano tutte le facoltà di teologia presenti nelle università pubbliche. È vero che queste facoltà erano già da tempo entrate in una fase di decadenza, e che la Chiesa aveva più investito nei percorsi teologici all’interno dei seminari che in quelli universitari. Vi si aggiunse un atteggiamento anticlericale da parte del governo italiano, subito dopo l’unificazione d’Italia. Si è così dato vita ad una sorta di “regime doppio”. La teologia è stata gettata fuori dal suo ambiente originario, che è stato appunto l’università. Queste nacquero nel XII secolo come evoluzione delle scuole cattedrali, ed erano strutturate nelle quattro facoltà: arti, medicina, legge e teologia. Si pensi alla fondazione della Sorbona, e alla reputazione che raggiunse la sua facoltà di teologia. Dando vita al “doppio regime”, la formazione teologica è diventata appannaggio esclusivo del clero. Tutto questo ha rappresentato certamente dei grandi limiti sia per la Chiesa che per il mondo laico, dato che ha favorito lo sviluppo di una certa ignoranza religiosa e culturale i cui risultati dannosi sono tuttora evidenti. Così, il mondo laico ha considerato la teologia come un sapere minore, una estensione del potere ecclesiastico.

>> Versione integrale dell’intervista

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