Lo straniero I. Sé come altro


A conclusione delle riflessioni portate avanti con gli studenti sul giudizio rieducativo e definitivo avevamo ipotizzato come, nella scelta tra le due vie, il discrimine risiedesse nella convinzione – nel credo laico – che fosse possibile (o meno) riporre la propria fiducia e speranza nel mutamento del colpevole. Ora, però, scommettere (o meno) sul potenziale cambiamento dell’altro significa anche – laicamente – credere (o meno) nella presenza nascosta di altro in quell’Io estraneo, a volte effettivamente straniero, che ci viene presentato come mela marcia, cattivo, mostro: “sé come un altro” sintetizzò nel titolo della sua ultima opera il filosofo Paul Ricoeur.

AvatarIn effetti, come notano facilmente gli studenti in esempi a loro cari dal punto di vista emozionale – Avatar, L’eleganza del riccio, Pinocchio – ci troviamo sempre di fronte ad un Io, ad un’identità (presunta definitiva), la quale, all’interno di un percorso (ri)educativo, scopre da un lato di essere un Io superficiale – dormiente – e, dall’altro lato, di non aver avuto fino ad ora la capacità di comprendere che il diverso, il differente, l’estraneo, lo straniero, l’altro corrisponde spesso (e tanto più quanto più si è immaturi) ad un’identità matura, all’Io profondo – sveglio – al Sé. Ad un uomo nuovo dunque: colui che forse stranisce l’uomo vecchio, il quale percepisce di dover morire per lasciargli spazio, ma resiste a questa incipiente elaborazione del lutto, facendo sì che tutta la questione investa soprattutto la parte emozionale, con le paure e i risentimenti (di perdita d’identità, di lavoro e di sicurezza) solitamente legati alla condivisione – ed alla restrizione – del proprio ambiente vitale.

L’eterno problema delle migrazioni, allora, ed il relativo dibattito tra naturalità del meticciato o naturalità della purezza, tra contaminazione e appartenenza, tra mixofilia e mixofobia (Z.Bauman), tra – con le parole di Pierpaolo Donati – le promesse del dialogo interculturale (trinitario) e i fallimenti del multiculturalismo (triteista) o dell’assimilazionismo (monista), può essere affrontato cogliendo anche qui – come nel giudizio ma invertendo l’ordine – il presupposto e lo scopo di quello strumento di solidarietà interculturale mediante cui, nella nostra tradizione, si affronta la questione immigrazione, cercando una via alternativa alle enclaves incomunicabili (tipiche del multiculturalismo inglese) e alle banlieue in ciclica rivolta (prodotte dell’assimilazionismo francese).

D’altronde, procedendo secondo questo ordine – similmente a quanto ci esorta a fare Francesco nella Evangelii gaudium ponendo nella corretta gerarchia il (prioritario) nucleo evangelico rispetto ad ogni (conseguente) dottrina o morale – si ottiene un importante guadagno: gli studenti si concentrano sulle motivazioni personali e interiori del valore (o disvalore) etico (dell’accoglienza dello straniero), riuscendo in seguito a confrontarsi con esso senza viverlo come mero (seppur nobile) dovere, cui aderire o dare battaglia acriticamente [to be continued] …

 

sergioventura@cortiledeigentili.com

 

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