Pirandello e la religione


da “Il Sole 24 Ore” – 26 febbraio 2017 – di Gianfranco Ravasi.

Pirandello-696x418Centocinquant’anni fa, il 28 giugno1867, Luigi Pirandello nasceva nella contrada Caos alla periferia di quella città che allora era denominata Girgenti, dall’arabo Gergent, fortezza musulmana dell’826, dal 1928 divenuta l’attuale Agrigento. Altri potranno illustrare la straordinaria qualità letteraria di questa figura capitale della cultura italiana, Nobel nel 1934, morto a Roma nel 1936, la cui memoria è continuata anche attraverso il figlio Fausto, noto pittore morto nel 1975. Tutti hanno attinto alla sua vasta produzione teatrale e ai suoi romanzi: io stesso conservo intatto il ricordo di mia madre che leggeva a me ragazzino alcune delle sue Novelle per un anno, rimaste per sempre impresse nel mio immaginario (dall’ironica Giara all’amara Eresia catara). Ho scelto, dunque, di intervenire in questo anniversario per evocare solo allusivamente un aspetto meno perlustrato, quello del rapporto dello scrittore siciliano con la religione.

Ovviamente non intendo affrontare l’attenzione da lui riservata alla morale e all’interiorità umana, perché sono temi che intridono molte sue pagine. Basti pensare all’approccio con la morte del Fu Mattia Pascal: «Non possiamo comprendere la vita, se in qualche modo non ci spieghiamo la morte. Il criterio direttivo delle nostre azioni, il filo per uscir da questo labirinto, il lume insomma deve venirci di là, dalla morte». Nel Piacere dell’onestà Pirandello propone un principio etico indiscutibile: «È molto più facile essere un eroe che un galantuomo. Eroi si può essere una volta tanto; galantuomini si deve essere sempre». E nella Nuova Colonia dichiarava: «Stringi le mani per prendere, prendi poco, sempre; se le apri per dare e accogli tutti in te, prendi tutto, e la vita di tutti diventa la tua». E qui forse risuonava l’eco della voce di Cristo sul «perdere per trovare» e sulla «gioia maggiore nel dare che nel ricevere».

Tuttavia è ben più conclamato il divario dello scrittore dalla fede cristiana, pur con la tensione adolescenziale «tra il sogno di vestir la tonaca e la bramosia d’infilarsi i calzoni», come scriveva Federico V. Nardelli nella sua biografia autorizzata L’uomo segreto. Vita e croci di Luigi Pirandello, pubblicata da Mondadori nel 1932, quindi vivente il personaggio. Ben presto, però, pur con qualche parentela sacerdotale materna, a prevalere fu lo spirito “laico” del padre garibaldino. Stando sempre al suo biografo Nardelli, la svolta avvenne per un episodio di generosità del piccolo Luigi, frustrato però dal prete della chiesa di S. Pietro, un evento tutto sommato marginale che è riflesso nel racconto La Madonnina delle citate Novelle per un anno. Forse più forte in lui era lo sdegno per l’ipocrisia, come dirà ironicamente il Paolino de L’uomo, la bestia e la virtù: «Civile, esser civile, vuol dire proprio questo: dentro, neri come corvi; fuori, bianchi come colombi; in corpo fiele; in bocca miele».

Nardelli, in realtà, elenca altri contatti di Pirandello col cattolicesimo, a partire dal suo matrimonio in chiesa con Maria Antonietta Portulano, per giungere fino a papa Benedetto XV che rispose di suo pugno a una supplica dello scrittore perché intercedesse per suo figlio prigioniero e malato in un campo di concentramento in Boemia durante la prima guerra mondiale. I sacerdoti, comunque, occhieggiano a più riprese nelle sue pagine, anche perché – come affermava ne I vecchi e i giovani – Girgenti era «la città dei preti e delle campane a morto». A questo proposito è particolarmente significativa l’indagine condotta proprio da un prete, che diverrà poi cardinale e arcivescovo di Milano, Giovanni Colombo, in un saggio del 1943 intitolato esplicitamente Sacerdoti e sacerdozio in Pirandello, un testo che è stato recentemente riedito nella raccolta dei suoi scritti Figure letterarie e peripezie della grazia (Jaca Book 2016, pagg. 145-177), da noi già segnalata nel nostro supplemento.

Emerge, così, sia pure a livello secondario e non di rado come macchietta, una trentina di ecclesiastici che l’allora don Colombo, docente di letteratura, abbozza in una galleria di ritratti (pensiamo, ad esempio, a don Cosmo Lauretano e a monsignor Montoro de I vecchi e i giovani). Come dicevamo, spesso Pirandello imbraccia la frusta dello sdegno contro l’ipocrisia, un vizio capitale ai suoi occhi, pessimista com’era nei confronti della natura umana, come affermava nel Piacere dell’onestà: «Non siamo soli! – Siamo noi e la bestia. La bestia che ci porta. – Lei ha un bel bastonarla: non si riduce mai a ragione. Vada a persuader l’asino a non andar rasente ai precipizi: si piglia nerbate, cinghiate, strattoni; ma va lì, perché non ne può far a meno». A questo si aggiungeva la sua allergia per il dogmatismo, come si leggeva nel poema teatrale La favola del figlio cambiato, messo in musica da Malipiero: «Niente è vero e vero può essere tutto./ Basta crederlo in un momento, e poi non più e poi di nuovo, e poi per sempre, o per sempre e mai più./ La verità la sa Dio solo./ Quella degli uomini è a patto che tale la credono, quale la sentono./ Oggi così, domani altrimenti».

Certo, qui c’è la menzione di Dio dovuta anche alla base del poema, un mito popolare siciliano. Ma il pensiero “religioso” di Pirandello brilla nel dramma che è forse l’espressione del suo anticredo, Lazzaro, scandito dall’imperativo «Tu devi credere, non sapere», che riconduce la fede all’irrazionale (non per nulla il sottotitolo è Mito in tre atti), sia pure con un fremito finale nei confronti di Cristo. La trama vede un ex-seminarista, Lucio, divenuto panteista, che ha dal padre Diego una conferma dell’inesistenza di un oltre la morte. Infatti, costui, che è un focoso credente, è vittima di un incidente e muore clinicamente per alcune ore, ma viene riportato in vita da un’iniezione di adrenalina scoprendo così che non c’era nulla oltre la frontiera ultima e Dio stesso non si presentava per giudicare.

Per questo, egli abbandona la fede, perde ogni remora morale e uccide l’amante di sua moglie. Il figlio Lucio, invece, sconvolto da questa devastazione familiare e dalle sofferenze della sorellina paralitica, decide di riprendere la talare ed è a questo punto che, davanti a un sacerdote, pronuncia una sorprendente professione di fede nei confronti di Gesù, colui che guarisce, perdo e ama: «Ora intendo veramente la parola di Cristo: Carità! Perché gli uomini non possono star tutti e sempre in piedi, Dio stesso vuole in terra la sua Casa, che promette la vera vita di là; la sua Santa Casa, dove gli stanchi, i miseri e i deboli si possono inginocchiare, e tutti i dolori e tutte le superbie inginocchiare! Ecco… ora mi sento degno di nuovo di indossare l’abito per il divino sacrificio di Cristo e per la fede degli altri!».

In una carta, trovata subito dopo la sua morte avvenuta il 10 dicembre 1936, Pirandello esprimeva questa estrema volontà contro ogni “maschera” e formalismo rituale e civile: «Morto, non mi si vesta. Mi si avvolga nudo in un lenzuolo. E niente fiori sul letto, e nessun cero acceso. Carro d’infima classe, quello dei poveri. E nessuno m’accompagni, né parenti né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere, e basta», nel desiderio che «niente, neppure la cenere, avanzasse di me». Eppure a Pietro Mignosi nel 1935 – quindi alle soglie della morte – aveva confessato di considerarsi «uno strumento puro nelle mani di Qualcuno sopra di me e di tutti». E in quello stesso anno a don Giuseppe De Luca, grande intellettuale e sacerdote, sorprendentemente confidava di avere «una fede in Dio, non so se vera per Lei, prete, ma fermissima, alla quale ho dovuto ubbidire e offrire dolorose rinunzie».

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