Quale futuro per la nostra società?


Quando? Lunedì 12 Maggio 2014, ore 10:30. Dove? MaXXI: museo nazionale delle arti del XXI secolo (Roma). Queste le coordinate spazio-temporali del primo ‘Cortile degli Studenti’, intitolato “Quale futuro per la nostra società? Economia e solidarietà”. StampaUn Cortile dei Gentili esclusivo: a loro dedicato e da loro stessi animato, per acquisire gli strumenti culturali necessari a diventare protagonisti consapevoli del proprio futuro.

I giovani liceali ed universitari infatti, microfono alla mano, avranno l’opportunità di dialogare e discutere, in uno spirito aperto e costruttivo, con alcuni economisti sui fini, i valori e gli strumenti che caratterizzano, o che dovrebbero caratterizzare, l’economia del nostro tempo. Gli ospiti presenti – posizionati ‘ad altezza d’uomo’, o meglio ‘di studente’ – saranno il prof. Giuliano Amato (presidente della neo Fondazione ‘Cortile dei Gentili’), la prof.ssa Vera Negri (docente di Storia Economica all’Università ‘Alma Mater’ di Bologna), il prof. Leonardo Becchetti (docente di Economia all’Università ‘Tor Vergata’ di Roma) e il prof. Michele Calcaterra (docente di Finanza Etica all’Università ‘Bocconi’ Milano). Personalità laiche di convinzioni diverse, credenti e non credenti, ma tutte attente osservatrici dell’attuali crisi in cui versa un modello economico creatore di profonde disuguaglianze, a partire da una crescente disoccupazione giovanile che interpella i ragazzi di oggi fino a provocarne il disincanto e un’angoscia profonda: “Che vuole professore? – si lamentava qualche giorno fa uno studente – Non siamo forse la prima generazione che sarà più povera della precedente?”.

Non mancheranno, quindi, confronti serrati, ‘botta e risposta’ anche polemici. Ed allora, cari studenti e care studentesse, vi invitiamo a riempire lo spazio dei commenti con domande, riflessioni, proposte, segnalazioni attinenti al tema dell’incontro, durante il quale potranno essere sottoposte agli esperti presenti ed offerte in tal modo alla discussione comune.

La posta in gioco, d’altronde, è alta. Non è un caso che il giornalista Federico Rampini ci avverta che “i conflitti d’interesse dilagano tra di loro [gli economisti] e raramente vengono esposti alla luce del sole. Il più inquietante è il fenomeno della complicità oligarchica, per cui gli economisti di successo, autorevoli e ben remunerati, s’identificano con l’élite e ne difendono gli interessi”. O che lo stesso Becchetti  sottolinei come “presso le istituzioni europee il settore finanziario abbia 1.700 lobbisti registrati e spenda mediamente più di 120 milioni di euro all’anno in tali attività (contro i 12 milioni di associazioni consumatori, sindacati e Ong)”, mentre “operano presso la Bce 95 ‘ambasciatori’ della lobby finanziaria contro 0 di sindacati e associazioni della società civile”.

La grande crescita che ha caratterizzato l’Occidente nel lungo dopoguerra ha subìto infatti, negli ultimi trent’anni, un rallentamento fino alle soglie dello zero, mettendo così in discussione le promesse di benessere, di ascesa e di inclusione sociale e civile, sulle quali si era sempre fondata l’economia di mercato (L. Bruni). E’ ormai un fatto, inoltre, che a livello mondiale, pur emergendo lentamente una nuova classe media, siano cresciute sia le diseguaglianze tra i ricchi e i poveri – che ora rischiano di dover aspettare fin quando per loro non sarà troppo tardi -, sia le diseguaglianze interne ai singoli paesi – dovute ai diversi livelli di resa del capitale umano – (L. Becchetti ). In altri termini, se con la globalizzazione è forse diminuita la povertà assoluta, ciò non si è verificato per quella relativa – costituita appunto dalle diseguaglianze sociali interne al paese d’appartenenza -, con l’aggravante dello spostamento del reddito prodotto dal lavoro alla rendita finanziaria (S. Zamagni): nell’ultimo decennio, infatti, i benefici della crescita, quando ci sono stati, non sono effettivamente ricaduti sulle famiglie, ma piuttosto nelle mani di una ristretta élite (L. Campiglio). Ecco perché si sostiene che sia aumentato il tasso di ingiustizia o ‘inequità’ (come la chiama Francesco), in una sorta di ritorno ad un passato ottocentesco, nel quale, ora come allora, il futuro dei giovani dipenderà soprattutto da quanto erediteranno piuttosto che dalla loro capacità di formarsi ed informarsi, dato che la quota di reddito destinata al lavoro si va sempre più riducendo (T. Piketty). La complessità della situazione aumenta, poi, se teniamo conto del fallimento di quegli aiuti allo sviluppo basati sul mero trasferimento diretto degli sprechi alimentari occidentali ai paesi in cui si muore di fame (A. Smerilli); per non parlare del tragico dilemma tra “i due sgraditi estremi di uno sviluppo socialmente e ambientalmente insostenibile o, all’opposto, di un ambientalismo utopistico che non tiene conto delle esigenze di creazione di valore economico necessarie per creare occupazione” (L. Becchetti ).

Chi risponde di tutto ciò? Innanzitutto, forse, chi ha trasformato in un’ideologia scientista il capitalismo del ‘ricco epulone’ (L. Bruni) con la sua teoria dell’‘effetto sgocciolamento’ (‘spillover’) o della ‘ricaduta favorevole’ (‘trickle-down’), secondo cui un mercato dinamico e flessibile che accorda vantaggi fiscali ai redditi più alti produce, crescendo, effetti positivi-inclusivi anche per i redditi più bassi e per gli esclusi (F. Felice). Questa teoria, in realtà, fallirebbe sia perché non può “tenere conto dei bisogni essenziali, ma privi di un ‘merito’ produttivo” (quelli dei bambini, degli anziani, etc.), sia perché il buon funzionamento del mercato è strettamente collegato alla piena occupazione, alla redistribuzione delle risorse, all’eguaglianza delle condizioni di partenza – unita alle assicurazioni sugli ‘incidenti di percorso’ – (L. Campiglio) In secondo luogo, responsabile sembra essere la “finanziarizzazione dell’economia” (e quindi delle banche, imprese, famiglie ed occupazione) che ha provocato il predominio della rendita sul profitto e sul lavoro, causando effetti che assomigliano più ai cosiddetti ‘giochi a somma zero’ che alla regola – difesa dagli Smith o dai Genovesi – del ‘mutuo vantaggio’ (L. Bruni). Infine, comincia a mostrare tutti i suoi limiti la spirale dell’austerità data dall’interrelazione tra bassa crescita, aumento del debito pubblico (soprattutto per parte interessi), contenimento della (presunta eccessiva) spesa pubblica e tassazione dei redditi, ulteriore abbassamento della crescita, dei redditi e dell’occupazione con conseguente nuovo aumento del debito, e così via (A. Terzi); questione complicata in Italia dallo stretto legame esistente tra aumento del debito pubblico e aumento dei patrimoni privati (T. Pikkety).

Sono pensabili vie d’uscita a questa situazione? Innanzitutto bisogna ricordare, come fa il neokeynesiano Robert Mankiw (teorico della ‘convergenza condizionata’), che per la crescita di un Paese povero è decisiva l’elevata qualità del capitale umano (istruzione), fisico (infrastrutture) e sociale (relazioni), delle istituzioni e dell’accesso alla rete, sul miglioramento dei quali, quindi, ogni paese deve compiere il suo massimo sforzo (L. Becchetti). In altri termini, non bisogna dimenticare che la Crescita (quantitativa) non coincide con lo Sviluppo umano integrale (qualitativo), il quale presuppone “una dimensione meta economica, culturale, valoriale, personale anteriore al mercato” (F. Felice). Sarà quindi necessario riflettere nuovamente, sulla scia dei Federico Caffè ed Amintore Fanfani, sulla solidarietà, sul bene comune, sulle virtù sociali, frutto non solo (indiretto o inintenzionale) di quelle individuali, ma anche di “azioni pubbliche e civili correttive”, attraverso “giuste istituzioni”, che indirizzano verso una “cooperazione intenzionale” (L. Bruni). Approccio questo, tipico “del capitalismo latino (di paradigma cattolico) rispetto a quello anglosassone oggi dominante (di matrice protestante)”, come nel caso dei Giacomo della Marca e Bernardino da Siena “grandi ispiratori di «istituzioni giuste» – i Monti di Pietà -”, ovvero della nascita dei distretti industriali negli anni ’60: “senza una politica industriale diversa da quella attuale, i nostri mezzadri sarebbero con ogni probabilità rimasti tali [ma] accanto a loro, c’erano invece saper fare agricolo (alcuni erano già imprenditori, in quanto mezzadri), virtù civili e religiose, capacità di cooperare con gli altri, istituzioni migliori delle attuali” (L. Bruni). In secondo luogo, “proprio perché i mercati – che sono necessari – spesso non funzionano bene, è urgente intervenire sulle cause dei tanti malfunzionamenti, soprattutto in ambito finanziario, piuttosto che limitarsi a correggerne gli effetti”, ma “mentre per condurre la prima lotta alla povertà assoluta , è sufficiente intervenire sui meccanismi redistributivi – ad esempio tassazione, filantropia, ecc. – se si vuole agire sulla riduzione delle diseguaglianze occorre intervenire sui meccanismi stessi di produzione della ricchezza” (S. Zamagni). Dunque, separazione dalle banche d’affari delle banche commerciali (ad oggi provviste di liquidità dalle banche centrali, ma poi restie a dare credito) (L. Becchetti), insieme alla tassazione diretta e progressiva sulle transazioni finanziarie a livello sovrannazionale (T. Piketty). Infine, uno stop all’austerity, dato che “il debito pubblico complessivo dell’Europa non sarebbe affatto too big, troppo grande. Al contrario: è troppo piccolo rispetto alla domanda di denaro del settore privato”, per cui bisognerebbe vedere nel cosiddetto ‘stimolo’ uno strumento e creare quindi un “disavanzo pubblico europeo” mirato alla piena occupazione (A. Terzi).

All’interno di questa prospettiva potranno poi essere assunte, e meglio valorizzate, anche alcune proposte ‘alternative’, costitutive forse di “nicchie, comunità chiuse nelle quali gli individui fondano i comportamenti su un diverso codice valoriale” (S. Zamagni), ma che cercano in effetti di rispondere alla sempre più evidente “deriva solitaria, infelice e consumistica degli individui” (L. Bruni): “l’economia del bene” o “settore non profit” in generale e, nello specifico, la “share economy o economia della condivisione” teorizzata da J.Rifkin (F. Rampini), la teoria della decrescita (N.Georgescu-Roegen, S.Latouche, R.Sennett, C.Napoleoni) ed il connesso ‘Movimento per la decrescita felice’ di Maurizio Pallante (R. Zanini), la “scuola di economia civile” di Loppiano (S. Zamagni) e il Manifesto sul Convivialismo (A. Caillé).

sergio.ventura@cortiledeigentili.com

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