«Révolté» contro il banale


Il 2 febbraio, il Cardinale Gianfranco Ravasi, riceverà a Villa Bonaparte in Roma, sede dell’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede, il grado di commendatore della Légion d’Honneur per decreto del Presidente della Repubblica francese (1° semestre 2014). L’onorificenza sarà consegnata da Philippe Zeller, Ambasciatore di Francia presso la Santa Sede. Anticipiamo il testo del discorso che il cardinale terrà per l’occasione.

da “Il Sole 24 Ore” – 29 gennaio 2017 – di Gianfranco Ravasi.

Albert_Camus,_gagnant_de_prix_Nobel,_portrait_en_buste,_posé_au_bureau,_faisant_face_à_gauche,_cigarette_de_tabagismeSignor Ambasciatore di Francia, autorità tutte, signore e signori, amici e ospiti di questa splendida sede storica, questo è per me un momento di grande emozione perché costituisce la meta inattesa di un lungo itinerario condotto seguendo le varie strade di un orizzonte che ho sempre amato. Questa mia testimonianza di profonda gratitudine alla Repubblica francese diventa, allora, il profilo sintetico dell’ampia storia di un mio viaggio dell’anima e della mente, prima ancora che sulle strade del vostro paese. Il mio primo incontro con la Francia non è stato, infatti, topografico-spaziale, come sarebbe avvenuto spesso in seguito, ma oserei dire con la fantasia e quasi in sogno.

Ero ancora adolescente e muovevo i primi passi nello studio del francese e fui immerso subito in un’avventura piena di tensione, sospesa tra terra e cielo, tra realismo e magia. A venirmi incontro era Antoine de St. Exupéry, ma non tanto col suo classico Piccolo principe, bensì con l’autobiografico Voi de nuit. Da allora la letteratura francese è stata una delle mie traiettorie di volo dell’anima: partendo dal castello solitario ove Montaigne elaborava i suoi Essais o dalle folgoranti Massime di La Rochefoucauld, oppure dai palcoscenici ove Racine celebrava i suoi miti e Molière proponeva le sue avventure umane, passavo attraverso i secoli sostando nel paesaggio tormentato della poesia romantica di Baudelaire, di Mallarmé o Rimbaud che, col suo J’attende Dieu avec gourmandise, «Attendo Dio con ingordigia», mi introduceva nella deriva religiosa di un Gide, a partire dall’interrogativo della sua opera inquietante, Numquid et tu?

Ma ormai ero giunto nel secolo francese che più mi è divenuto compagno di viaggio, ossia il Novecento, ove incontravo l’“anima carnale” di Péguy, l’armonia classica delle “vetrate” poetiche di Claudel, ma soprattutto il manto dell’ipocrisia squarciato da Mauriac o l’emozionante tormento di Bernanos, sospeso tra grazia e peccato, fino a Julien Green pronto al paradosso secondo il quale «finché si è inquieti si può stare tranquilli».

La cultura francese, tesa tra la trascendenza e l’assenza, tra la spiritualità intatta e la laicità assoluta, tra cuore e ragione, mi ha anche offerto due poli specifici a cui annodare il filo della mia stessa ricerca personale. Da un lato, la luce folgorante di Pascal che celebrava la polimorfia della conoscenza umana denunciando così i «due eccessi: escludere la ragione, non ammettere che la ragione». Difronte all’immensa grandezza del cosmo si ergeva questa “canna pensante” che è la creatura umana, mortale come gli animali ma l’unica a sapere di dover morire, e capace, quindi, di vegliare insonne col Cristo in agonia e di trascendere la frontiera ultima dell’esistenza terrena. La mia formazione cristiana, sbocciata da quella sorgente, si sarebbe poi alimentata al fiume del pensiero teologico francese, da Chenu a De Lubac, da Teilhard de Chardin a Daniélou, da Congar a quella figura assolutamente unica e straordianaria che è stata Simone Weil, da Ricoeur a Jacques Maritain e a Jean Guitton che potei vedere entrambi dal vivo nell’atto di chiusura del Concilio Vaticano II in piazza S. Pietro davanti a Paolo VI 1’8 dicembre 1965.

D’altro lato, c’era il polo antitetico di una moralità “laica”, agnostica eppure piena di fremiti etici e spirituali. Entrava, così, in scena in modo particolare Albert Camus, che ho avuto l’onore di commemorare ufficialmente a Marsiglia nel 2013 nel centenario della sua nascita. Era stato lui a trascrivere l’interrogazione lacerante del biblico Giobbe in quel romanzo, La peste, dalla cui lettura non si può uscire indenni. Era ancora lui ad avanzare questa domanda: «Come essere santi senza Dio: è questo il solo problema che io conosca». Altrimenti il suicidio o il non-senso diventano la questione fondamentale della filosofia, come faceva intuire nel Mito di Sisifo: « O il mondo ha un senso più alto, o nulla è vero fuori di tali agitazioni… La levata, il tram, le quattro ore di ufficio o di officina, la colazione, il tram, le quattro ore di lavoro, la cena, il sonno e lo svolgersi dei giorni sullo stesso ritmo… Soltanto che un giorno sorge il “perché?”».

Eppure egli, a sorpresa, faceva apparire una duplice via di liberazione: bellezza e amore. Infatti, nell’Homme révolté, Camus scriveva: «La bellezza non fa rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza». E nei suoi Taccuini aggiungeva: «Dovessi scrivere io un trattato di morale, avrebbe cento pagine, novantanove delle quali assolutamente bianche. Sull’ultima poi scriverei: Conosco un solo dovere ed è quello di amare. A tutto il resto dico no». Sì, perché «questo mondo senza amore è un mondo morto e giunge sempre un’ora in cui ci si stanca delle prigioni, del lavoro, del coraggio per reclamare il volto di un essere e il cuore meravigliato della tenerezza».

Questa mia testimonianza, che non esprime in modo pieno e completo ma fa solo balenare quanto grande sia la mia passione per l’anima francese, riesce a far comprendere quanto profonda sia la mia gratitudine per essere stato accolto in questa nobile comunità d’onore della Repubblica di Francia. E come uomo di Chiesa, vorrei porre a suggello delle mie parole l’aforisma lapidario di una personalità dalla fede e dall’umanità forte e limpida, la cui presenza ideale aleggia ancor oggi in queste sale, ove egli svolse la missione diplomatica di ambasciatore di Francia presso la S. Sede, Jacques Maritain: «Se un tempo bastavano cinque prove per l’esistenza di Dio, oggi l’uomo le ritiene insufficienti e ne vuole una sesta, la più completa, la più autorevole: la vita di coloro che credono in Dio!».

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